“ L’isola degli elefanti nani è una metafora per alludere alla Sicilia stessa, colta sì come unicum geografico, ma più come luogo di portenti e contraddizioni, crocevia di emozioni, incontri, testimonianze, ricordi, tradizioni, occasioni. Incastonati lungo tre percorsi privilegiati – la città, il mare, la memoria – che, se possono di norma proporsi quali direttrici caratteristiche di tanti altri ambienti geografici, in questi racconti acquistano soprattutto il rilievo di veri e propri catalizzatori della narrazione, autentici propulsori dell’immaginario (…). Principalmente per parlare di uomini e donne che affrontano, pur senza enfasi o clamori, così in Sicilia come altrove, il proprio quotidiano viaggio nella vita …”.
(dalla quarta di copertina).
“ …Si sta come Lillina sulla sedia di zammara (…).
Concreto quello che è stato, quanto imprendibile il presente, fatto di slittamenti così rapidi che non concedono di essere vissuti e però, allo stesso tempo, non sfuggono al dazio. Non è questione di Sicilia. Certo è che l’intrinseca polisemia di questa terra e delle sue cose aiuta Gabriella Vergari – che sa come solo può sapere chi ci ha spremuto la vita, in un luogo – a fare di una condizione isolana un racconto comune (…).
Una ricerca circolare, dunque, in una lingua estremamente tornita e a tratti plasmata sul barocco delle architetture di cattedrali e gloriosi palazzi, che si snoda caparbia a raggiungere il punto focale di ciascuna immagine: la fatica di riconoscere una dignità che muta crudelmente e senza posa, lasciando le certezze col fiato corto.
La sequenza lungo del ricordo è, in questo senso, un cocente primo piano.”
(dalla Prefazione di Anna Benucci Serva, Mi, 2003).
“… Ogni racconto una prospettiva diversa e profonda, che squaderna sentimenti che tutti conosciamo ma preferiamo nascondere, forse per viltà.
Come faceva Proust. Indagando sulle cose e scorgendo tra di esse, che cambiano lentamente, le tracce delle persone che rapidamente svaniscono.
Con in più il fascino della scrittura. Alata, immediata, elegante, leggera.
Ti avvolge immediatamente, ti sussurra qualche lirico, antico frammento, orgogliosamente modula secondo fonetica locuzioni vecchie di lessico …”.
(Sergio Sciacca, “La Sicilia”, CT, 29 novembre 2003).
“… E Gabriella Vergari è una scrittrice che usa la parola come una magia, una magia che le consente di rivitalizzare luoghi, personaggi che non esistono più o forse non sono mai esistiti, ma non per questo appaiono nelle sue pagine meno presenti e tangibili, (…) in bilico tra la decifrazione ironicamente sorridente di un reale che è visibile, e la traduzione di questo reale in idea (…). Lo sguardo dell’autrice coglie, nel profondo, l’incongruenza delle cose. E’ come se questo sguardo tentasse di sollevare la pellicola opaca che ricopre certi gesti quotidiani e scontati, facendo affiorare di essi il segreto più intimo, quel segreto che riesce a dare un senso a tutto ciò che di insensato ci circonda e noi chiamiamo vivere (…).
Tutto, ne L’isola degli elefanti nani, scorre su registri intonati ad una musicalità talora penetrante, o addirittura travolgente, talora quasi sospesa, come in un’attesa…”.
(Irene Buffa, Presentazione presso il Comune di Riposto, 30 dicembre 2003)